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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
6 febbraio 2012 – Corte dei Conti, Sezioni Riunite
Relazione del Procuratore generale
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Va evidenziata la mancata ratifica della Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione datata 1999, già da tempo sottoscritta dall’Italia e la giacenza presso la Camera dei Deputati del ddl n. 2156/10 recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione. Quale aderente dal 2007 Gruppo di Stati contro la corruzione, l’Italia è stata sottoposta a valutazione da parte del Gruppo nel 2009 il cui rapporto finale rileva che, malgrado la determinata volontà della magistratura inquirente e giudicante di combatterla, la corruzione è percepita in Italia come fenomeno consueto e diffuso, che interessa numerosi settori di attività: l’urbanistica, lo smaltimento rifiuti, gli appalti pubblici, la sanità e la pubblica amministrazione. Il rapporto rivolge all’Italia ventidue raccomandazioni - - suddivise tra il settore della repressione e quello della prevenzione della corruzione, ritenendo che la lotta alla corruzione deve diventare una questione di cultura e non solo di rispetto delle leggi. In particolare si raccomanda il riordino della normativa sulla corruzione anche attraverso un testo unico rilevando pure una qualche facilità con la quale in Italia i reati di corruzione cadono in prescrizione ed anche perplessità sulle ragioni del cd Lodo Alfano.
Transparency International
183 paesi: come si comporta il Belpaese?
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In Italia, sembra ormai essersi radicata una cultura della corruzione che fa assuefazione e neppure censura più per cui, la "piccola" che non è stigmatizzata. Raccomandazioni e favori rubati, quotidiani sgambetti al merito e al senso di responsabilità non sempre suscitano una riprovazione sociale. Questo basso costo morale della trasgressione sarebbe un segno di assuefazione sociale alla corruzione, un adagiarsi su una mogia legislazione di contrasto. Tuttavia la percezione diffusa della corruzione rilevata da Tranparency International è ancora elevata e colloca il nostro paese in fondo ad ogni classifica. Il giudizio della gente è netto: quasi il 90% ritiene i partiti politici siano i più corrotti, con i media e gli uffici delle imposte a seguire.
rapporto Demos 2010
diretto da Ilvo Diamanti
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Sfiducia, aspettative incerte, inadeguatezza della classe dirigente e di governo, desiderio di regole e di ordine istituzionale, abbandono del futuro. Letto a più di un anno di distanza il Rapporto annuncia la deriva del presente e offre le radici dei comportamenti attuali degli italiani e del clima morale del nostro quotidiano. Le emozioni che stiamo vivendo fanno quasi un DNA del presente e il testo è di attulità. Da leggere e rileggere. Il rapporto annuale su Gli Italiani e lo Stato, diretto da Ilvo Diamanti, è giunto alla tredicesima edizione. L'indagine è stata realizzata da Demos & Pi (con la collaborazione del LaPolis - Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell'Università di Urbino), su incarico del Gruppo L'Espresso. Essa è curata da Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Ludovico Gardani e Natascia Porcellato. La ricerca si basa su un sondaggio telefonico svolto, nel periodo 16-20 novembre 2010, da Demetra. Le interviste sono state condotte con il metodo CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing), con la supervisione di Claudio Zilio. I dati sono stati successivamente trattati e rielaborati in maniera del tutto anonima. Il campione, di 1300 persone, è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre, per genere, età e zona geopolitica.
Eurispes - Rapporto Italia 2011
Il nostro è davvero il Belpaese?
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Alcuni dicono che negli ultimi quindici anni il Paese sia rimasto fermo: le cose non stanno assolutamente così. Al contrario, in questi ultimi anni ci siamo fattivamente adoperati per distruggere quello che era stato costruito. Abbiamo fatto terra bruciata intorno alle Istituzioni repubblicane e ora i nodi vengono drammaticamente al pettine. La nostra classe dirigente attuale, a differenza di quanto accade in altri paesi, non è né coesa né solidale. Si stenta ad ammettere che il modello di sviluppo realizzato in Italia nel dopoguerra, dopo aver prodotto risultati straordinari, si è semplicemente esaurito perché si sono modificate tutte le ragioni dello scambio sui mercati internazionali. Il modello italiano era una variante originale ed autoctona del capitalismo occidentale, genialmente adattato alla realtà di un Paese che non possedeva una ricchezza economica e che è del tutto sprovvisto di materie prime. Ora, dal momento che questo vecchio sistema non regge più, partendo da una indispensabile operazione verità, bisogna pensare ad una nuova prospettiva. Tutto ciò richiede un ruolo attivo del pubblico e della politica per consentire al Paese di non restare indietro nei settori decisivi e strategici.
Censis 2011 - 45° Rapporto sulla situazione sociale del Paese
Un mare di dati, un rosario di luoghi comuni
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Il Rapporto, come sempre, ha suscitato una vasta eco mediatica. Ma l’unica novità è la formula che innova rispetto al passato. Dallo slogan quasi rivoluzionario del rapporto 2008, “l’Italia in marcia verso la seconda metamorfosi”, a quello del 2009, “un paese replicante che resiste, ma in apnea”, passando attraverso quello del 2010, “un inconscio collettivo senza più legge né desiderio”, siamo giunti nel 2011 a “una società fragile, isolata ed eterodiretta”. Una società che la può vincere solo sulla “lunga durata” facendo appello alle sue strutture profonde, come dire una società che vive su se stessa, riscopre il valore del passato, si rassegna al suo futuro che si modella sul passato. Che cosa è cambiato, dove è la novità in questo necessario immobilismo della lunga durata? Che ne direbbe Fernand Braudel?
Ci si sarebbe potuto attendere una analisi sistemica, un metodo fondato su modelli matematici dinamici e previsionali, una riedizione delle innovazioni metodologiche del Club di Roma che hanno fatto storia, ma nei fatti anche questo rapporto replica approcci storico-ideologici di una vecchia cultura, come vecchio è il prestigioso Istituto blindato, da 47 anni, sotto la giuda ferrea di Giuseppe De Rita. Un testimone, ormai “storico”, della cultura cattolico-borromaica che fu ed è la stampella del sapere-potere democrisitiano, moderato, assolutorio, provvidenziale, provinciale e rassicurante.
E così il Rapporto svela che “in questi mesi la società italiana si è rivelata fragile”, che “siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata”, che vi è “un deficit politico” per effetto della personalizzazione del potere degli ultimi vent’anni; che nel prossimo futuro “potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze”. Che, per uscire dalla crisi, occorre “la lunga durata della nostra linea evolutiva”, ritornare alle radici del “solido scheletro contadino” nel quale si nascondono le radici della nostra cultura”, ritornare la primato dell’ “economia reale”, all’individualismo produttivo, all’autarchia del modello Italia. Insomma, ed è questa la verità apodittica, “potremo superare la crisi attuale se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia”.
Ed è questo insieme di cervellotiche corbellerie che ha fatto versare fiumi di inchiostro mediatico.
Questo salmodiare è un rosario di luoghi comuni, un insieme compiacente di verità rivelate alle quali manca il respiro del tempo presente ed è una fuga dal futuro e dal mondo di domani nella improbabile difesa del “piccolo è bello” perché sorretto dal vitalismo delle comunità, dal pluralismo (frammentazione) di una società senza Stato perché “la vitalità è sempre tesa al molteplice e la lunga durata si associa progressivamente ai processi di articolazione”. Che dire di più?
Non mancano certo le formule seducenti che nel corso degli ultimi vent’anni si sono spese, dibattute, abbandonate, riproposte in quel fiume carsico che è la retorica politica del Belpaese. Si tratta di una antologia delle mancate riforme, delle velleità di una classe dirigente che è un partito unico dell’occupazione del potere e che trova forza nelle sue stesse divisioni funzionali a garantire trasformismo, consociativismo e immobilismo che fanno la cifra del sistema Italia.
Il mare di dati, inchieste, sottoinchiaeste, analisi e sottoanalisi che reggono il Rapporto, inutile dirlo, offrono curiosità, aprono possibili piste di ricerca e certificano le spicciole verità del comune sentire. La crisi del sistema vi fa capolino e i dati sono lì da vedere: erosione dei patrimoni, crisi del ruolo patrimoniale della famiglia, perdita di credibilità nella classe dirigente, sfiducia e “sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico”. Ed è questo il senso che offrono le Considerazione generali del Rapporto. Ma è questa anche la struttura profonda (di “lunga durata”) dell’identità nazionale come è e come è emersa nel corso del dibattito e delle celebrazioni del 150° dell’Unità. Una identità di importazione che intreccia storia e declino e schiaccia il Belpaese sotto il peso del suo passato e sotto il fragile mito di un primato morale e civile dell’italianità. Il neorealismo e commedia all’italiana ne hanno celebrato la formidabile struttura, l’hanno resa trasparente, condivisa e partecipata fino a farne il pensiero unico e l’epopea nazionale.
L’Italia che il CENSIS si costruisce e ci rappresenta è quella che gli italiani si rappresentano da sé stessi e da sempre: un Paese da mille lire. Da mille lire al mese.


Roberto Moro

 

 

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Il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese in una difficile congiuntura. Le “Considerazioni generali” (Prima parte) introducono il Rapporto Nella seconda parte, “La società italiana al 2011”, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

 

Considerazioni generali

Fragili, isolati e eterodiretti. In questi mesi la società italiana si è rivelata fragile, isolata e eterodiretta. Nel picco della crisi 2008-2009 avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una good reputation internazionale. Ma ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono più a funzionare. «Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo ‒ ma da prigionieri ‒ alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini».
Una dialettica politica prigioniera del primato dei poteri finanziari. Era prevedibile che la verticalizzazione e la personalizzazione del potere coltivate negli ultimi vent’anni avrebbero impoverito nel tempo la nostra forza di governo. Si è così creato un deficit politico che ha favorito una logica di polarizzazione decisionale: in basso vince il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario. «Ognuno per sé e Francoforte per tutti» sembra il messaggio corrente. «Ma una società complessa come la nostra non può vivere e crescere relegando milioni di persone a essere una moltitudine egoista affidata a un mercato turbolento e sregolato, e affidando la tenuta dell’ordine minimale a vertici e circuiti finanziari ristretti e non sempre trasparenti». Oggi la dialettica politica sembra prigioniera del primato, anche lessicale, della regolazione finanziaria di vertice, che però può esprimere solo una dimensione di controllo, non di evoluzione e crescita. È illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo. «Perché lo sviluppo si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive, quindi soltanto se si è in grado di fare governo politico della realtà».
Per uscire dalla crisi, coltivare la lunga durata della nostra linea evolutiva. Il solido «scheletro contadino», metafora in cui ritroviamo l’origine della nostra cultura di continuo adattamento, resta il riferimento della nostra evoluzione sociale. Siamo ancora una realtà in cui vige il primato dell’economia reale, nonostante l’attuale trionfo dell’economia finanziaria. La nostra crescita dell’ultimo mezzo secolo è stata il frutto di processi di sviluppo della soggettività individuale (iniziativa imprenditoriale di piccola e media dimensione, vitalità delle diverse realtà territoriali, coesione sociale, forza economica e finanziaria delle famiglie, diffusa patrimonializzazione immobiliare, radicamento sul territorio del sistema bancario, responsabile copertura pubblica e privata dei bisogni sociali): fattori ancora essenziali per superare la congiuntura negativa e il declinismo. «Potremo superare la crisi attuale se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia».
Una forte articolazione socio-economica interna. «La vitalità è sempre tesa al molteplice e la lunga durata si associa progressivamente ai processi di articolazione». Così, alla crisi non ha corrisposto una reazione omogenea, ma una risposta articolata e differenziata. Ci sono le «minoranze attive» che restano fedeli alla sfida imprenditoriale, ma non riescono a trainare il resto della società; i «borghigiani», che hanno scelto di perseguire una più alta qualità della vita; il «ceto medio», impaurito dalla prospettiva di uscire dalla fascia intermedia della composizione sociale; la parte marginale della società, resa ancora più fragile dalla crisi. Nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze e dei processi che creano emarginazione.
Lo sviluppo delle relazioni. Il disinnesco delle tensioni passa attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali. La lunga durata porta infatti alla differenziazione dei soggetti e dei loro comportamenti, ma la società è fatta di relazioni fra soggetti. È nel binomio «più articolazione, più relazione» che la società italiana può riprendere respiro. Lo si vede nella ricerca di nuovi format relazionali: l’esplosione dei tanti social network, la diffusione di aggregazioni spirituali, la crescita di forme amicali collettive (le crociere, le movide, le sagre), lo sviluppo di aggregazioni capaci di supplire alle carenze del welfare pubblico (asili nido, mense scolastiche, esperienze mutualistiche), la partecipazione comunitaria a livello di quartiere urbano o di area agricola, i borghi risistemati e le medie città di antico prestigio, la tenuta di tutti i soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili.
La difesa e valorizzazione della rappresentanza. Un sistema che vive nel quotidiano svolgersi dell’articolazione e delle relazioni esprime il bisogno di sedi e meccanismi di rappresentanza, dove le parti possono contribuire ai processi decisionali ai vari livelli. «Il vuoto lasciato nella fascia intermedia della società dalla polarizzazione fra il mercato (e il soggettivismo etico che esso produce) e la verticalizzazione finanziaria (e i suoi spazi astrali, ma non trasparenti) può essere riempito soltanto dalla rappresentanza». Senza il funzionamento della rappresentanza, sociale e politica, la società sarebbe priva di vitalità dialettica e dinamica sociale, oltre che di un indispensabile tessuto socio-politico intermedio.

 

La società italiana al 2011

 

Cosa resta del modello italiano?

Identità plurime e interessi: gli italiani in recupero di serietà. In tempi difficili come quelli attuali, c’è una responsabilità collettiva pronta a entrare in gioco che, come spesso è accaduto nei passaggi chiave della storia nazionale, può essere decisiva nel fronteggiare le difficoltà. Il 57,3% degli italiani è disponibile a sacrificare il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese (anche se, di questi, il 45,7% limita la propria disponibilità ai soli casi eccezionali). L’identità italiana è per sua natura molteplice: il 46% dei cittadini si dichiara «italiano»; i «localisti» sono il 31,3% e si riconoscono nei Comuni, nelle regioni o nelle aree territoriali di appartenenza; i «cittadini del mondo», che si identificano nell’Europa o nel globale, sono il 15,4%; i «solipsisti», che si riconoscono solo in se stessi, sono il 7,3%. Ancora oggi i pilastri del nostro stare insieme fanno perno sul senso della famiglia, indicata dal 65,4% come elemento che accomuna gli italiani. Seguono il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21,5%), l’amore per il bello (20%). Cosa dovrebbe essere messo subito al centro dell’attenzione collettiva per costruire un’Italia più forte? Per più del 50% la riduzione delle diseguaglianze economiche. Moralità e onestà (55,5%) e rispetto per gli altri (53,5%) sono i valori guida indicati dalla maggioranza degli italiani. Ed emerge la stanchezza per le tante furbizie e violazioni delle regole. L’81% condanna duramente l’evasione fiscale: il 43% la reputa moralmente inaccettabile perché le tasse vanno pagate tutte e per intero, per il 38% chi non le paga arreca un danno ai cittadini onesti.
L’erosione del modello di sviluppo fondato sulla famiglia. Il modello italiano della famiglia polifunzionale inizia a mostrare segni di debolezza, con riferimento alla patrimonializzazione e alla solidarietà intergenerazionale. È vero che all’82% di famiglie italiane proprietarie della loro abitazione corrispondono percentuali molto più basse negli altri Paesi europei: nel Regno Unito si raggiunge il 70% circa, quasi il 60% in Francia e il 45% in Germania. L’attivo finanziario delle famiglie, al netto dei debiti, ammonta al 175% del Pil, quota maggiore che in Francia (131,5%), Germania (125,2%), Spagna (77,5%). Ma in valore assoluto c’è stata una erosione significativa di questo patrimonio, passato dai 3.042 miliardi di euro del 2006 a 2.722 miliardi (-10,5% in valori correnti, -16,3% in valori reali). Se all’inizio degli anni ’80 il reddito da lavoro, soprattutto dipendente, era il 70% del reddito familiare complessivo, nel 2010 tale quota si è ridotta fino al 53,6%.
La reputation all’estero meglio dell’autostima italiana. Siamo uno dei Paesi al mondo dove è più forte lo scarto tra quello che all’estero si pensa di noi e la reputazione che noi stessi attribuiamo all’Italia. Nella classifica della percezione internazionale ci collochiamo in 14ª posizione, prima di Regno Unito, Spagna, Francia e Stati Uniti. Perdiamo 2 posizioni rispetto al 2009, nulla di paragonabile al downgrading di Spagna, Irlanda e Grecia, che hanno perso rispettivamente 5, 6 e 7 posizioni. L’Italia si colloca in alto per lo stile di vita, l’ambiente, la relazionalità, mentre non primeggia per il livello avanzato dell’economia o per i fattori di sostegno allo sviluppo. Ma nella classifica della reputazione interna del proprio Paese, il nostro posizionamento è decisamente peggiore: eravamo al 26° posto su 33 Paesi esaminati nel 2009, scivoliamo fino al terz’ultimo posto su 37 Paesi nel 2011.
La rivincita della razionalità sull’emozione. Da una recente ricerca del Censis sulla popolazione con più di 50 anni emergono le basi profonde dell’identità: al primo posto l’esperienza del singolo (44,6%), seguita dall’eredità culturale familiare (43,2%) e dal carattere (42,3%), mentre raccolgono percentuali irrisorie categorie come la classe socio-economica (4,5%), l’appartenenza religiosa (3,7%), politica (1,1%), etnica (0,2%). Dopo anni di emotività confusa, il primato della ragione e dell’esperienza si traduce anche in un nuovo atteggiamento verso la politica. Gli eccessi del passato danno meno presa all’adesione per simpatia, fascinazione e carisma. Si chiede una classe dirigente di specchiata onestà sia in pubblico che in privato (59%), che i leader siano preparati (43%), illuminati da saggezza e consapevolezza (42,5%).

 

Le cause del ristagno economico

Il deficit di classi dirigenti. Nel nostro Paese i vertici decisionali si sono ridotti di oltre 100.000 unità tra il 2007 e il 2010, passando da 553.000 a 450.000, cioè dal 2,4% al 2% del totale degli occupati. Sono una fascia sociale fortemente maschilizzata: le donne sono solo un quinto del totale e la loro incidenza tende a diminuire (dal 21,4% al 20,1%). Gli under 45 rappresentano meno del 40% (mentre sono quasi il 60% degli occupati totali). La quota dei laureati (36,4%) è poco più del doppio di quella riferita all’occupazione totale, ma decisamente inferiore a quella delle professioni specializzate. Poche donne, età media elevata, qualificazione formativa non eclatante: tre caratteristiche che, insieme alla contrazione della dimensione complessiva, indicano che la debolezza delle classi dirigenti è un fenomeno attribuibile non esclusivamente ai comportamenti dei vertici più elevati, ma che si estende all’intero strato sociale di riferimento, il cui isterilimento è più grave dell’inadeguatezza delle leadership apicali, perché riduce le stesse possibilità di ricambio.
La parabola declinante della produttività. Mentre nell’ultimo decennio gli occupati sono aumentati del 7,5%, il Pil è cresciuto in termini reali solo del 4%. Germania e Francia hanno registrato una crescita del Pil rispettivamente del 9,7% e dell’11,9%, che si è accompagnata a incrementi occupazionali rispettivamente del 3% e 5,1%. Anche un Paese come la Spagna, che nel decennio è stato protagonista di un boom occupazionale senza precedenti (+14,5%), ha visto aumentare il Pil in misura più sostenuta dell’Italia (+22,7%). Si è ridotta la nostra capacità di generare valore. La produttività oraria è andata progressivamente calando. Nel 2000, fatto 100 il livello di produttività medio europeo, l’Italia presentava un valore pari a 117, sceso nel 2010 a 101, molto lontano da quello dei nostri principali competitor: 133 la Francia, 124 la Germania, 108 la Spagna, 107 il Regno Unito. Tale dinamica è stata condizionata dalla qualità della crescita occupazionale degli ultimi anni, con un aumento dei lavori a bassa o nulla qualificazione a scapito di quelli più qualificati. Dei 309.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo quinquennio (saldo tra posti persi e creati), 297.000 hanno riguardato figure professionali addette alle vendite e 226.000 lavori non qualificati. Ai vertici della piramide sono diminuiti dell’11,5% gli imprenditori e le figure dirigenziali, mentre sono aumentati solo debolmente i liberi professionisti (+2,7%), le figure tecniche intermedie (+3,8%) e quelle amministrative (+0,4%). Nell’ultimo quinquennio il valore della produzione industriale si è ridotto in modo omogeneo (-10% circa) in tutti i principali Paesi europei (ad eccezione della Germania), ma è cresciuto quello dei servizi (+7,8% nella media Ue). A trainare è stata la crescita delle attività di intermediazione finanziaria e creditizia e dei servizi alle imprese: +10,5%. Ma in Italia il valore aggiunto dei servizi è invece aumentato pochissimo (+1,3%), con una flessione nel commercio e turismo (-2,4%) e una crescita inadeguata nel terziario avanzato, settore chiave dell’economia globale: +3,5% contro +6,4% in Francia, +10,9% nel Regno Unito, +11,2% in Spagna, +12,2% in Germania.
Un sistema formativo fuori centro. L’iscrizione alla scuola superiore è un fenomeno generalizzato, ma il tasso di diploma non riesce a superare la soglia del 75% dei 19enni. Se poi circa il 65% dei diplomati tenta ogni anno la carriera universitaria, tra il primo e il secondo anno di corso quasi il 20% abbandona gli studi. Il tasso di occupazione per i laureati è del 76,6%, all’ultimo posto tra i Paesi europei (media Ue 27: 82,3%). Con la crisi, l’appetibilità e la richiesta di laureati nel mercato del lavoro è addirittura diminuita. E difficilmente i giovani sono chiamati a coprire ruoli di responsabilità in tempi brevi, iniziando i percorsi professionali, nella maggioranza dei casi, al di sotto delle loro competenze: il 49,2% dei laureati 15-34enni e il 46,5% dei diplomati al primo impiego risultano sottoinquadrati.
Segnali di deterioramento nei servizi. I cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità. Il trasporto pubblico locale soffriva già di una grave inadeguatezza dell’offerta. Tra il 2007 e il 2010 i passeggeri trasportati dai bus urbani sono aumentati dell’1,8%, mentre i posti/km offerti sono diminuiti del 2,5%; nelle ferrovie regionali e metropolitane +10,2% di passeggeri e -0,8% di posti. Ma nel 2011 il trasporto pubblico ha subito mancati trasferimenti in attuazione dell’accordo Stato-Regioni, con queste ultime costrette ad aumentare le tariffe e a ridurre i servizi. Nel triennio 2008-2011 la scuola ha subito una riduzione di circa 57.000 docenti, a fronte di 76.000 alunni in più. E le risorse per l’attuazione dei Piani di offerta formativa si sono ridotte dai 48 milioni di euro del 2010-2011 ai 12 milioni dell’anno scolastico in corso. Nel comparto sicurezza si risente del taglio ai fondi per la manutenzione dei veicoli della polizia e per il carburante, scesi da 80 a 40 milioni di euro. Nelle politiche sociali si assiste alla riduzione tra il 2009 e il 2011 del 65,6% del Fondo nazionale per le politiche sociali e all’azzeramento del Fondo nazionale per la non autosufficienza.


Ridare forza la potenziale di crescità

Mettere a frutto la ricchezza familiare. Il rapporto tra la ricchezza netta delle famiglie e il reddito disponibile è elevato e in crescita: era pari a 7,4 volte nel 1999 ed è salito a 8,8 volte. Ma l’afflusso di nuove risorse è in forte restringimento, perché nell’ultimo quinquennio la propensione al risparmio delle famiglie si è ridotta. Nel 2010 il valore dei servizi resi alle famiglie dalle abitazioni di proprietà direttamente abitate ha raggiunto i 125 miliardi di euro, corrispondenti al 12,3% del reddito disponibile e all’8,1% del Pil. Cresce il valore dello stock di abitazioni possedute, stimato in oltre 4.800 miliardi di euro, con un incremento che sfiora il raddoppio (+93% nominale) nell’arco di un decennio. Una quota di questo incremento è attribuibile all’effetto dei prezzi, ma una quota rilevante è il risultato della scelta delle famiglie di destinare all’investimento in abitazioni una parte consistente dei propri risparmi. Ulteriori 1.000 miliardi di euro sono rappresentati dalle altre attività reali (oggetti di valore, terreni, fabbricati non residenziali e beni produttivi). Le attività finanziarie si aggirano intorno ai 3.600 miliardi di euro. La ricchezza netta complessivamente posseduta dalle famiglie è così cresciuta del 22% in termini reali nel decennio 1999-2009.
La forza dell’export per la ripresa industriale. In un quadro economico stagnante, le esportazioni sono una delle poche variabili in crescita: +15% nel 2010 e +16% nel primo semestre del 2011. Il saldo della bilancia commerciale nel manifatturiero è in attivo a metà del 2011 per oltre 10 miliardi di euro. A gennaio del 2011 l’indice del fatturato industriale è cresciuto in termini tendenziali del 5% in Italia e del 14% sull’estero, a luglio del 6% in Italia e del 10% sull’estero. Gli stessi distretti industriali registrano dalla metà del 2010 un incremento delle esportazioni: +16,3% tendenziale nel primo trimestre del 2011 e +12,9% nel secondo trimestre.
Allargare l’influenza geoeconomica italiana. La ripresa dalle pesanti conseguenze della crisi finanziaria può avvenire anche attraverso una progressiva riconfigurazione della mappa della presenza italiana all’estero. Oggi l’interscambio dell’Italia con i Paesi del Mediterraneo, dei Balcani e del Golfo ha una dimensione di 55 miliardi di euro, di cui le esportazioni sono pari a 30 miliardi. Ma anche Paesi come il Messico, il Perù, la Corea del Sud e la Malesia, la cui accessibilità è valutata in 10-16 ore di aereo, segnalano ulteriori opportunità che finora sono state sottostimate, viste le attese di crescita e il peso relativamente ridotto del nostro export in quelle zone.
L’eccellenza dell’economia di territorio: food e buon vivere. Sull’agricoltura la crisi ha avuto un impatto minore rispetto al resto del sistema economico. Tra il primo semestre del 2008 e il primo semestre del 2011 la flessione del valore aggiunto agricolo è limitata allo 0,9%, a fronte del -13,8% dell’industria e del -1,5% dei servizi. Tra il 2000 e il 2010 la dimensione media delle aziende è aumentata del 44,4% (da 5,5 a 7,9 ettari di superficie agricola utilizzata). C’è stata una forte contrazione nel numero delle microimprese (508.000 in meno quelle con una superficie inferiore a un ettaro: -50,2%), mentre è cresciuto il segmento delle imprese con più di 20 ettari (13.000 aziende in più: +10,7%). Ed è migliorata la produttività: le giornate di lavoro per azienda sono aumentate del 16,7% (da 141 a 165) e le giornate di lavoro per persona del 10,9% (da 64 a 71). L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari di qualità con denominazione protetta: 219, il 22,1% di tutti quelli riconosciuti in ambito comunitario. Ai marchi Dop e Igp associati a prodotti ortofrutticoli, formaggi, oli e preparazioni di carni, si affiancano le 518 denominazioni in ambito vinicolo (56 Docg e 339 Doc, per un totale di 215.000 ettari di vigne e 158.000 produttori, e 123 Igt, per 147.000 ettari e 159.000 produttori).
Valorizzare il contributo degli immigrati. Sono oltre 4,5 milioni gli stranieri che vivono in Italia, e le previsioni dicono che nei prossimi 10 anni arriveranno a 7 milioni. Quelli che lavorano regolarmente sono più di 2 milioni, impiegati prevalentemente nei servizi (59,4%), nell’industria (19,5%), nelle costruzioni (16,7%), in agricoltura (4,3%). I titolari di impresa nati all’estero mostrano, anche in questi anni di crisi, una vitalità sconosciuta ai nostri connazionali: dal 2009 al 2011 sono aumentati del 10,7%. Attualmente rappresentano il 10,7% dei piccoli imprenditori, ma a Prato sono il 38,9%, a Firenze il 21,5%, a Milano il 20%, a Trieste il 18,6%, a Roma il 16,9%. Particolarmente presenti in alcuni settori: le costruzioni (il 20,2% degli imprenditori attivi) e il commercio al dettaglio (18,1%). E le donne sono protagoniste: oltre 77.000 imprenditrici straniere (il 21,8% del totale).
Nuovi format relazionali. Oggi sono profondamente cambiate le tipologie familiari. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 739.000 coppie coniugate con figli (-8%), sono aumentare di 274.000 unità le coppie non coniugate con figli, le famiglie monogenitoriali (345.000 in più: quasi +19%) e i single (quasi 2 milioni in più: +39%) Una pluralità di reti relazionali tiene insieme la società italiana. Le reti di prossimità: il 43,4% degli italiani definisce il vicinato una comunità in cui tutti si conoscono, si frequentano e si aiutano. Le reti dell’aiuto: svolge attività di volontariato oltre il 26% degli italiani (più di 13 milioni di persone, per oltre 351 milioni di ore mensili), di cui il 76% con regolarità, e più del 32% degli italiani (15 milioni) dichiara di aver fatto donazioni a organizzazioni. Le reti che creano servizi suppletivi rispetto al welfare tradizionale: quasi 6 milioni di persone sono coinvolte in forme di mutualità in sanità, con circa 10 milioni di beneficiari. Le reti di relazionalità di tipo conviviale: sono circa 11.700 le iniziative locali come sagre, feste, manifestazioni di vario tipo che si svolgono annualmente nel nostro Paese, e 7,1 milioni di persone tra 18 e 44 anni frequentano locali almeno un paio di volte la settimana. Le reti basate su piattaforme tecnologiche: i social network coinvolgono il 31% degli italiani, sono 16 milioni gli utenti di Facebook, 6 milioni utilizzano Skype (di cui 1,6 milioni tutti i giorni), 1,1 milioni Twitter.

 

Lavoro, professionalità, rappresentanze

Il futuro incerto della ripresa occupazionale. La frenata della crisi nel 2010 (bruciati 153.000 posti di lavoro, contro i 380.000 del 2009) e i dati positivi per il 2011 (+0,4% gli occupati nel primo semestre) fanno sperare in una chiusura d’anno con segno positivo. Viene meno la capacità di tenuta dell’occupazione a tempo indeterminato. Dopo due anni di tendenziale stabilità, si riduce dell’1,3% nel 2010 e dello 0,1% nel primo semestre del 2011. Si segnala però una crescita significativa del lavoro a termine (+1,4% nel 2010 e +5,5% nei primi sei mesi del 2011) e del lavoro autonomo (dopo cinque anni di contrazione, nel 2010 c’è una prima tiepida crescita: +0,2%). La crisi ha colpito il mercato del lavoro in modo molto differenziato. Tra il 2007 e il 2010 è aumentata l’occupazione straniera (quasi 580.000 lavoratori in più, di cui circa 200.000 nell’ultimo anno, con un incremento complessivo del 38,5%), mentre quella italiana ha registrato la perdita di 928.000 posti di lavoro (-4,3%), di cui 335.000 nell’ultimo anno. I più colpiti sono stati i giovani. Tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità, e tra i soli italiani le perdite sono state oltre 1.160.000. Di contro, nelle generazioni più mature i livelli occupazionali non solo sono stati salvaguardati, ma sono addirittura aumentati: +7,2% l’occupazione tra i 45-54enni e +12,9% tra i 55-64enni.
Il doppio binario della sostituzione nel lavoro manuale. Mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali sembrano non conoscere crisi. Terreno d’occupazione per 8.383.000 lavoratori (il 36% del totale degli occupati), anche nel 2011 sono stati i più richiesti. A fronte di quasi 600.000 assunzioni previste dalle aziende, ben 264.000 (il 44,4%) hanno interessato lavori di tipo manuale: artigiani e operai specializzati (20,3%), operai conduttori di macchine e impianti (11,7%), mestieri non specializzati (12,4%). Lavoratori in campo edile (per il 2011 sono previste circa 57.000 assunzioni, il 9,6% del totale), addetti alle pulizie (44.000), meccanici e montatori (17.000), magazzinieri (11.000): sono queste le professioni più ricercate dalle aziende, per le quali tuttavia le imprese lamentano difficoltà di reperimento, visto che sarebbero circa 50.000 (il 19% del totale) le posizioni di lavoro considerate di difficile copertura. È così che negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra italiani e stranieri in molte professioni manuali. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (-842.000, -11%), si registra un aumento praticamente identico dei lavoratori stranieri (+725.000, +83,8%), la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale.
Giovani al centro della crisi. In Italia l’11,2% dei giovani di 15-24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%. Di contro, da noi risulta decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano: il 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e il 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%). A ciò si aggiunga che tra le nuove generazioni sta progressivamente perdendo appeal una delle figure centrali del nostro tessuto economico, quella dell’imprenditore. Solo il 32,5% dei giovani di 15-35 anni dichiara di voler mettere su un’attività in proprio, meno che in Spagna (56,3%), Francia (48,4%), Regno Unito (46,5%) e Germania (35,2%).
Il ciclo inverso del sommerso. A partire dal 2008, a fronte di un calo generalizzato dell’occupazione regolare (-4,1%), quella informale è aumentata dello 0,6%, portando il lavoro sommerso al 12,3% del totale nel 2010 (era l’11,6% nel 2003). Tra il 2008 e il 2010 nell’industria (settore che ha registrato le maggiori perdite occupazionali) c’è stata una contrazione del 10,5% del lavoro regolare e una crescita di quello sommerso del 5,5%. Il livello di irregolarità è passato dal 17,9% al 18,7% nel settore del commercio, delle riparazioni e del turismo, e dall’8,8% al 9,6% nei servizi immobiliari e avanzati alle imprese.
La mobilità che non c’è, questione di cultura e non di regole. I giovani sono oggi i lavoratori su cui grava di più il costo della mobilità in uscita. Nel 2010, su 100 licenziamenti che hanno determinato una condizione di inoccupazione, 38 hanno riguardato giovani con meno di 35 anni e 30 soggetti con 35-44 anni. Solo in 32 casi si è trattato di persone con 45 anni o più. L’Italia presenta un tasso di anzianità aziendale ben superiore a quello dei principali Paesi europei. Lavora nella stessa azienda da più di dieci anni il 50,7% dei lavoratori italiani, il 44,6% dei tedeschi, il 43,3% dei francesi, il 34,5% degli spagnoli e il 32,3% degli inglesi. Tuttavia, solo il 23,4% dei giovani risulta disponibile a trasferirsi in altre regioni o all’estero per trovare lavoro.
Orari e clima di lavoro in tempo di crisi. Nell’ultimo triennio i tempi di lavoro si sono sempre più ridotti, passando dalle 40 ore settimanali del 2007 alle 39 del 2010. È cresciuto significativamente anche il ricorso al part time, aumentato nello stesso arco di tempo dell’8,7%, portando l’incidenza di questa formula occupazionale dal 13,6% del 2007 al 15% del 2010. A crescere è stata soprattutto la quota di part time involontario: la maggioranza (il 49,3%) è costretta a lavorare part time perché non trova un lavoro full time, mentre solo per il 40,2% si tratta di una scelta volontaria.

 

Territorio e reti

La perdurante crisi dell’economia delle costruzioni. Nel 2011 l’economia delle costruzioni e dell’immobiliare ha visto peggiorare gran parte degli indicatori fondamentali. Per il 2011 si evidenzia una ulteriore contrazione degli investimenti complessivi in costruzioni (-4%), dopo un 2010 anch’esso in netto calo (-6,4%). Sono in crisi le nuove costruzioni residenziali (-5,9% in termini reali su base annua), per le quali si prevede un andamento negativo anche nel 2012, con un ulteriore calo del 5,3%. Gli investimenti in manutenzione straordinaria nel settore residenziale sono gli unici a registrare una crescita, anche se modesta (+0,5% nel 2011), per un aumento complessivo negli ultimi quattro anni dello 0,4%. Complessivamente, per gli investimenti in abitazioni (nuovo e recupero) si segnala una flessione cumulata, nell’arco del quinquennio 2008-2012, del 18,2% in termini reali. Il settore soffre per la crisi della finanza pubblica, che riduce il mercato delle infrastrutture, e per la stretta creditizia. Anche in relazione a prezzi che rimangono abbastanza stabili, neanche il settore immobiliare offre segnali di ripresa: in calo anche il secondo trimestre del 2011 (il quarto consecutivo con segno negativo). Considerando il solo settore residenziale, negli ultimi 12 mesi (luglio 2010-giugno 2011) il numero complessivo degli scambi si attesta sulle 595mila unità. Si tratta di un lieve decremento (-4%) rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, ma di una differenza considerevole (-21%) rispetto al periodo luglio 2007-giugno 2008, quando furono scambiate circa 755mila abitazioni.
Dalla retorica ai fatti: trasformare la città esistente. La quota di edifici con più di 40 anni, soglia temporale oltre la quale si rendono indispensabili interventi di manutenzione consistenti, sta crescendo progressivamente. Oggi il 55% delle famiglie occupa un alloggio realizzato prima del 1971 e poco meno del 40% risiede in un’abitazione costruita nel periodo della ricostruzione e del primo boom edilizio (1946-1971). È un patrimonio (circa 10 milioni di alloggi) che non rispetta le qualità tecnologiche oggi richieste a un immobile (fino alla metà degli anni ’70 in Italia non è stata varata nessuna norma sul risparmio energetico) e che, in ragione della sua avanzata obsolescenza, rischia di perdere parte del suo valore.
La crisi dello spazio pubblico accentua il malessere urbano. Il diffuso malessere dei cittadini delle principali metropoli trova ragione in due elementi principali: il senso di insicurezza e la difficile gestione della vita quotidiana. Dipende dalla frammentazione del tessuto relazionale, dal degrado territoriale, dallo scadimento dell’etica civica e dalla debolezza dell’azione pubblica di contrasto. Gran parte delle criticità sono riconducibili al modello di mobilità, oneroso in sé e in grado di produrre un impatto profondo sugli altri fattori urbani. Le condizioni delle strade comunali sembrano peggiorare ulteriormente: ne lamentava il problema il 43,2% dei cittadini nel 2001, il 50,9% nel 2009.
Il nuovo interesse per gli spazi collettivi. Nel panorama degli spazi collettivi, la piazza (o il giardino pubblico) rimane il luogo dove gli anziani si incontrano con maggiore frequenza (27,5%). Al secondo posto si colloca il bar (27,1%). Il mercato e il supermercato o la parrocchia vengono dopo, utilizzati soprattutto dalla componente femminile. Dopo anni di disattenzione, si osserva un ritorno di interesse per lo spazio pubblico che trova le sue radici in un recupero di alcuni aspetti della tradizionale vita comunitaria. Ad esempio, si stima che in Italia si organizzino ogni anno circa 15mila sagre con circa 4,5 milioni di partecipanti.
Le infrastrutture tra ritardi, penuria di risorse e contrasti locali. Il ritardo infrastrutturale e la debolezza istituzionale nel farvi fronte sono elementi che non consentono all’economia nazionale una crescita della propria capacità competitiva. Gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni pubbliche italiane sono scesi dal 2,5% del Pil nel 2009 al 2,1% nel 2010. In futuro diminuiranno ancora: l’1,5% nel 2012 e l’1,4% nel 2013, secondo il Def del 2011. Le infrastrutture «strategiche» della legge obiettivo sono 390, per un costo complessivo di 367 miliardi di euro. Dal 2004 a oggi sono passate da 228 a 390 e il loro costo complessivo è cresciuto del 57,4%. Le risorse a copertura dei progetti sono però pari a circa 150 miliardi di euro a fronte di un fabbisogno di 367,4 miliardi. Le opere portate a compimento rappresentano, in termini di valore, solo il 9,3% dell’intero programma. Le opere in corso sono il 9,9% e quelle contrattualizzate il 10,2%.
L’immobilità urbana: patologia incurabile o terreno di scelte coraggiose? L’arretratezza dei nostri sistemi urbani in tema di mobilità è l’aspetto più emblematico della sfida attuale che comporta la sostenibilità urbana. Le città italiane, quelle grandi ma in parte anche quelle medie, sono gravemente malate di traffico. Paghiamo lo scotto di investimenti mancati nella fase di crescita delle nostre città, che si sono sviluppate sulla base di una spinta alla proliferazione edilizia priva di un progetto a medio-lungo termine. La dotazione di reti di trasporto collettivo su ferro è sottodimensionata rispetto alla domanda, e i mezzi di cui disponiamo viaggiano in condizioni di frequente sovraffollamento, scoraggiando così l’ampliamento dell’utenza. Rispetto alle principali città europee, le nostre città si caratterizzano negativamente in termini di estensione e volume di utenza della rete metropolitana: Londra 402 km, Madrid 293 km, Parigi 1,5 miliardi di passeggeri l’anno, a fronte degli 83 km di Milano e i 39 di Roma, per 331 milioni di passeggeri l’anno a Roma e 328 milioni a Milano. E gli autobus nelle città italiane viaggiano a una velocità commerciale di 12-13 km/h, ben più bassa della media europea (20 km/h).
La mobilità ciclabile: una fenomenologia in crescita trainata dalla domanda. Nel nostro Paese la bicicletta copre non più del 4% della domanda complessiva di mobilità. Nonostante ciò, nell’ultimo decennio si è registrato un aumento significativo delle persone che raggiungono almeno la loro destinazione abituale in sella a una bicicletta almeno 3 o 4 volte la settimana. Erano il 6,8% della popolazione nel 2002, hanno raggiunto il 13,5% nel 2007, oggi si attestano sul 18,7%. Si tratta di percentuali ancora molto basse se confrontate con quelle del Nord Europa, dove la media si aggira intorno al 30%. Circa 10,5 milioni di italiani dichiarano di usare occasionalmente la bicicletta e la quota sul totale della popolazione è passata in cinque anni dal 16,9% al 23,5%. La ridestinazione di parti della viabilità oggi dedicate esclusivamente al traffico motorizzato, la realizzazione di «dorsali ciclabili» di attraversamento e di ciclostazioni in prossimità delle aree ferroviarie centrali favorirebbero lo sviluppo ulteriore della mobilità ciclabile.

 

Governo pubblico

Il recupero dell’e-government. L’Italia è tra i Paesi europei con le migliori performance relativamente alla disponibilità on line di alcuni servizi pubblici fondamentali, come il registro automobilistico e la dichiarazione dei redditi. Abbiamo toccato il vertice della classifica con una performance del 100% di fronte a una media europea che si ferma all’82%. L’incremento rispetto all’anno precedente è di 31 punti percentuali. Ma solamente il 17% dei cittadini italiani ha fruito di servizi on line della Pubblica Amministrazione negli ultimi tre mesi. Siamo penultimi in Europa, davanti alla Grecia, e lontanissimi dalla Norvegia (quasi il 70% della popolazione). La situazione migliora nel caso delle imprese: l’84% utilizza Internet per interagire con la Pa, meno del 96% della Norvegia, ma più del 67% di Spagna e Inghilterra.
La riduzione del carico amministrativo sulle imprese. Il ritardo nei pagamenti della Pubblica Amministrazione è stimato per l’Italia in 100 giorni, contro una media europea di 25. Il costo di start up di un’impresa è pari al 18,5% del reddito pro-capite in Italia, il 5,5% in Europa. E le imprese italiane sopportano un carico di costi amministrativi pari a 70 miliardi di euro l’anno, quasi 5 punti percentuali di Pil. Gli interventi di semplificazione amministrativa avviati di recente dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione dovranno portare a una riduzione per un importo superiore a 11 miliardi di euro in aree di competenza statale come il lavoro, la previdenza (ad esempio, la tenuta dei libri paga e le denunce contributive mensili), il fisco (dichiarazioni annuali e comunicazione Iva, dichiarazioni dei sostituti d’imposta). Un’ulteriore riduzione di costi potrebbe poi derivare da interventi in aree di competenza delle Regioni e degli enti locali. Su questo versante il risparmio per il sistema produttivo sarebbe pari a 5,3 miliardi di euro, portando il contenimento del carico amministrativo per le imprese a circa 16 miliardi di euro.
Parlamenti in crisi d’identità. Delle 197 leggi approvate nel corso dell’attuale Legislatura, ben 163 sono state proposte dal Governo e solamente 34 dal Parlamento. Siamo passati dal 77% di leggi approvate su iniziativa governativa nella XIII Legislatura al 78,4% nella XIV, fino al picco dell’88,4% nella XV Legislatura. La capacità propositiva delle Camere appare in affanno. Delle 6.567 proposte di legge presentate nel corso dell’attuale Legislatura, ben 6.018 (il 91,6%) erano di iniziativa parlamentare, ma poi solamente 34 sono state trasformate in leggi dello Stato, con una percentuale di successo che si ferma allo 0,56%: vale a dire una legge ogni 200 proposte legislative. E l’attività di controllo del Parlamento sul Governo è esercitata con sempre maggiore difficoltà: solo il 37% delle interrogazioni parlamentari ha ricevuto una risposta. La retorica antipolitica ha buon gioco e molte carte da giocare: degli attuali 24 ministri in carica, 22 sono parlamentari, così come 4 viceministri, 33 sottosegretari, 11 presidenti di Provincia, 3 assessori provinciali, 17 consiglieri provinciali, 22 sindaci, 11 assessori comunali e 41 consiglieri comunali.
Democrazia partecipativa: antidoto alla logica Nimby. L’Italia è un Paese sempre più in stallo sul fronte delle grandi opere. Nel 2010 i progetti contestati ammontavano a 320, raddoppiati in cinque anni: erano 104 nel 2005, 171 nel 2006, 193 nel 2007, 264 nel 2008, 283 nel 2009. Le cause sono molteplici, ma tutte si possono riassumere in una carenza di informazione e di dialogo con le comunità interessate. Se ne può uscire con un cambiamento di approccio da parte di tutte le parti in causa, all’insegna del dialogo, di un’informazione chiara e corretta, della partecipazione.


Aree tematiche del rapporto:
Processi formativi - Lavoro, professionalità, rappresentanze - Il sistema di welfare - Territorio e reti - I soggetti economici dello sviluppo - Comunicazione e media - Governo pubblico Sicurezza e cittadinanza


Versione integrale della sintesi del Rapporto e Testo integrale del documento

 




 

Censis 2010 - 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese
Un’Italia appiattita che stenta a ripartire
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La società italiana sembra franare verso il basso sotto un’onda di pulsioni sregolate. L’inconscio collettivo appare senza più legge, né desiderio. E viene meno la fiducia nelle lunghe derive e nella efficacia della classe dirigente. È questo il clima che registriamo quotidianamente: una temperatura sociale e istituzionale sempre più vicina allo zero. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita. È una temperie nella quale la storia, il legame con il passato, appare sempre più opaco e, di riflesso, si allontana il futuro. Quel che si registra è la crisi dei miti fragili dell’ultimo ventennio: il primato del mercato, la verticalizzazione e personalizzazione del potere, il decisionismo di chi governa.
2010
rapporto EURISPES
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Il Rapporto Italia 2010, giunto alla sua 22a edizione, è stato costruito, per scelta metodologica, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche e introdotte dalle considerazioni generali del Presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, dal titolo "L'Italia tra memoria, conflitto e progetto" . Vengono affrontati quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese. Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2010 sono: Crescita/Declino • Pubblico/Privato • Inclusione/Esclusione • Rischio/Sicurezza • Tradizione/Tendenza • Spirito/Materia
2009
La societa' italiana e' una societa' testardamente replicante.
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Giunto alla quarantatreesima edizione, il Rapporto Censis affronta l'analisi e l'interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto sottolineando come quella italiana sia una società replicante, che di fronte alla crisi ha riproposto il tradizionale modello adattativo-reattivo. Al tempo stesso, si segnalano quattro grandi processi di trasformazione: la complessa ristrutturazione del terziario, il protagonismo del mondo delle imprese, il ritorno agli interessi agiti rispetto al primato delle opinioni, il silenzioso sfarinamento del lungo ciclo dell'individualismo "fai da te". Nella seconda parte, La società italiana al 2009, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell'anno: i soggetti privati sul filo della crisi, l'impoverimento della dimensione pubblica, la centralità della variabile tempo. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.
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